Impianti a biomasse: quali sono quelli realmente sostenibili dal punto di vista economico?

Il report, infatti, mostra chiaramente quale sia la strada da perseguire, almeno in teoria, per poter usufruire di energie rinnovabili e poco inquinanti cercando, al tempo stesso, di mantenere un corretto bilancio monetario sia degli investimenti che di guadagni.

Secondo il Renewable Energy Report dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano le biomasse seguirebbero uno sviluppo separato per quanto riguarda la loro sostenibilità economica.

Il report, infatti, mostra chiaramente quale sia la strada da perseguire, almeno in teoria, per poter usufruire di energie rinnovabili e poco inquinanti cercando, al tempo stesso, di mantenere un corretto bilancio monetario sia degli investimenti che di guadagni.

Prima di analizzare il report, occorre fare una piccola distinzione del campo immenso delle biomasse. Queste, infatti, si distinguono in quattro grandi gruppi: le biomasse di origine agro-forestale, il biogas, gli oli vegetali e i rifiuti solidi urbani.

Combustibili a biomassa di origine agro-forestale

(Combustibili a biomassa di origine agro-forestale)

 

Combustibili a biomassa di origine agro-forestale

In particolare, del primo gruppo fanno parte tutte quelle materie prime di origine naturali che spaziano fra le coltivazioni apposite e sfruttabili per gli oli (come il girasole o la colza) o per i composti lignei (mais, canna, ecc.), oppure il recupero degli scarti delle coltivazioni legnose. Al secondo gruppo si fa riferimento al biogas, ovvero "una miscela di vari tipi di gas composti principalmente da metano, prodotti dalla fermentazione batterica in anaerobiosi (assenza di ossigeno) dei residui organici provenienti da residui vegetali o animali".

La differenza fra queste tipologie di combustibili naturali è molto importante sia per quanto riguarda il rendimento energetico dovuto al loro sfruttamento, sia per il conto economico, che si differenzia fra il risparmio derivante dal loro utilizzo all'investimento proprio per permettere questo investimento.

Secondo la ricerca condotta dall'Energy & Strategy Group si sarebbe sviluppata una netta e drastica differenza fra le varie tipologie. In base a varie statistiche condotte fino all'anno 2014, i risultati sono stati sconcertanti perché ad avere un futuro potrebbero essere semplicemente tutti quegli impianti o centrali a base di biomasse di origine agro-forestale, mentre i biogas hanno subito una brusca frenata e lo sfruttamento di oli o rifiuti urbani si è del tutto arrestato. Tutto ciò soprattutto in base alla loro sostenibilità economica. Soltanto i primi, infatti, sarebbero in grado di avere ragione di essere utilizzati anche in assenza di incentivi esterni e statali.

Produzione nazionale di energie rinnovabili in Italia

(Produzione nazionale di energie rinnovabili in Italia)

Secondo la fonte ufficiale del gruppo, alcuni dati: "Per le biomasse agroforestali la nuova potenza installata nel 2014 è stata pari a 30 MW, sostanzialmente in linea con quanto avvenuto nel 2013 e nel 2012: la media di nuove installazioni nel periodo 2008-2014 è infatti di circa 37 MW. Per il biogas si sono installati 50 MW, con una frenata decisa rispetto ai 100 MW del 2013 e ai 550 MW del 2012 (la media di nuove installazioni nel periodo 2008-2014 è di circa 170 MW). Sostanzialmente ferme invece, come anticipato, le nuove installazioni di impianti ad oli vegetali e a RSU: i 17,8 MW realizzati in provincia di Parma sono infatti solo «nominalmente» presenti, visto che per ben note vicende l'impianto funziona a regime ridotto".

A seguito di questo importante studio, l'opinione finale dei ricercatori risulta essere: "È indispensabile una razionalizzazione del comparto che faccia sopravvivere gli impianti in grado di sostenersi (eventualmente anche grazie alla creazione di portafogli di generazione in mano a soggetti professionali e alla ricerca intelligente di «filiere» di approvvigionamento a basso costo) e che invece liberi le risorse impegnate in impianti non più utilizzabili in un mercato non incentivato".

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Autore

Dott.ssa Chiarina Tagliaferri

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